/
KOLA / VIAGGIO 2012
IL DIARIO DI VIAGGIO 2012 - VEDI IL VIDEO SU YOUTUBE
|
|
|
VIAGGIO NELLA PENISOLA DI KOLA - Data di partenza: 04/08/2012 - Data di rientro: 12/08/2012 -Numero di viaggiatori: 6 Descrizione in breve: Un viaggio pilota: siamo tra i primi turisti in maestose, e in gran parte inesplorate, distese di territorio selvaggio dove il tempo sembra essersi fermato e la tecnologia ancora molto lontana. Stili di vita semplici come quelli che si vivevano nelle campagne italiane un secolo fa, quando per servizi igienici si intendevano le latrine e l’acqua veniva presa al pozzo. Flora e paesaggi naturali incantevoli, notti bianche spettacolari così come i tramonti e i colori del cielo che si confondevano con quelli del Mar Bianco. Pochissima fauna: solo orme di orsi, nessuna renna, una foca, due Siberian Husky; meta ideale per chi ha la passione della pesca (salmone e salmonidi). Pochi i rapporti con le comunità locali e spirito di adattamento per i tipi di alloggio da condividere al massimo con quattro estranei, così come l’indispensabile e piacevole banya-sauna quasi tutte le sere. Cibo abbondante ma poco vario e attenzione se si hanno particolari necessità alimentari. Buona costituzione fisica per spostamenti con mezzi militari su terreni sconnessi, parte divertente del viaggio solo se non si soffre il mal d’auto. Destinazioni: Murmansk, Kandalaskha, Colviza, Kutzreka, Kashkarantsy, Varzuga, Kozumen', Capo Amethisty, Chavanga, Tetrino, Tonya Tetrchna, Umba, Lovozero
DIARIO DI VIAGGIO - Il nostro viaggio nella Penisola di Kola è stato
particolareggiatamente raccontato da una dei partecipanti che lo ha
pubblicato in Turistiperca. Riassumo a seguire la tappe salienti
del viaggio e le caratteristiche principali che hanno reso questo
viaggio “avventuroso”. Il viaggio ha inizio il 4 di agosto 2012
dall’Italia, siamo 6 persone e il volo è previsto nel primo pomeriggio
da Milano con la compagnia aerea Rossiya Airlines con cambio a San
Pietroburgo, per Murmask. Arriviamo alle 3 del mattino, con + 2 h di
differnza di fuso orario. Usciti dal piccolo aeroporto internazionale,
nonostante l’ora notiamo subito la luminosità del cielo, siamo infatti
ben dentro il circolo polare artico a
69°di latitudine nord ed è tuttora presente il fenomeno della
Notte Bianca. Pur se tramontato il sole a causa della rifrazione, la
luce del crepuscolo riesce a sostituire i raggi solari ed è possibile
svolgere qualsiasi attività senza il bisogno di luce artificiale.
Ed è curioso vedere negozi aperti, gente che si reca al lavoro o bambini
che giocano all’aperto a quell’ora. Dal punto di vista turistico è un
bel vantaggio , hai molte più ore da dedicare a visite e trasferimenti
. All’aeroporto ad aspettarci su un pulmino Ford troviamo Vasil,
bielorusso , una guida esperta nel campo della pesca al salmone che
negli ultimi 15 anni ha accompagnato diversi gruppi nell’area, insieme
alla moglie Elena che sarà la nostra cuoca durante tutto il viaggio. Fa
freddino sui 6° . Durante tutto il viaggio i cambiamenti climatici
saranno repentini, passando da momenti di piacevole sole (15°C) a
nuvolosità, vento, spesso con pioggia, leggera ma anche battente; un
clima fresco mutevole ma non freddo, frutto della intereazione della
Corrente del Golfo con gli anticicloni artici. MURMANSK - A Murmansk
abbiamo alloggiato in un “Hostel” a conduzione privata.
Un’intera giornata è stata
dedicata alla visita della città, con l’assistenza di una guida locale.
La città è dominata da palazzoni breznievani, alcuni in condizione anche
fatiscenti , ma si vive una certa atmosfera di frontiera. Le strade sono
polverose e semideserte, binari interscano continuamente la rete
stradale per raggiungere gli scali marittimi ingombri di cumuli di
carbone. Murmansk sorge sul la riva destra alll’inizio di un fiordo di
29 , la base navale militare si trova più vicina alla costa . Nel
porto civile è ancorata un glorioso oggetto del passato, la nave
rompighiaccio Lenin (Museum
Icebreaker Lenin), la prime nave a propulsione nucleare, entrata in
servizio nel 1960. All’interno sembra di essere in un set
cinematografico dei primi film di 007 ; siamo di nuovo in piena guerra
fredda, un sottufficiale in divisa ci guida negli ambienti di bordo
tra cabine, mense, stanze di rappresentanza, con ritratti degli eroi
della Rivoluzione russa, studi medici (dentista, chirurgico, sala
raggi…) e nella centrale a propulsione nucleare dove sono piazzati
manichini molto realistici e si possono toccare anche le barre di
uranio. La visita guidata in russo, inizia ogni ora e dura più di
mezz'ora. Sbarcati però un brusco ritorno all’attualità e alla
globalizzazione …. Moccia ha lasciato il segno: una quantità di
lucchetti enormi delle foggie più disparate , diversi a forma di cuore,
sono attaccati alla ringhiera del molo! Li vicino, in quello che è il
centro di Murmansk ci sono vetrine che fanno tenerezza , tanto sono
squallide, con un campionario di oggetti e indumenti da mercatino di
beneficenza... Capisco perché le coppiette usino lucchetti tanto grossi
per significare il loro amore … la voglia di evasione deve essere tanta
. La stazione ferroviaria ci rimanda invece agli anni venti del secolo
scorso, è una costruzione bellissima in stile Art Decò internamente
tutta in legno , con grandi vetrate , la sala d’aspetto ; anche la gente
che l’affolla con cappottoni, cappelli di tutte le foggie, tanti
militari in divisa , ci fa rivivere l’atmosfera di un’epoca vista nel
film Il Dr. Zivago . La stessa che assaporiamo ancora nel museo storico
naturalistico della città. Sonnacchiose signore in pantofole vigilano su
sale ingombre di reperti del territorio, ci sono animali imbalsamati
(orsi, renne, alci, volpi, ghiottoni, gufi…) , grandi raccolte di
minerali di cui sono ricche le rocce dell’area. Tanti sono anche i
reperti della vita quotidiana delle culture Pomor e Sami. Interessanti
le le testimonianze delle esplorazioni polari e tante le armi e
l’oggettistica miltare dalla rivoluzione bolscevica alla seconda guerra
mondiale. Di Murmansk abbiamo anche visitato sull’alture a nord della
città la imponente la statua in
cemento, alta circa mt 40, di Alyosha, il prototipo del soldato russo,
avvolto da un cappotto, con un fucile a tracolla sulla spalla e lo
sguardo dritto rivolto a Occidente, e il Memorial del Faro eretto
in onore ai tanti marinai morti; ricordiamo esattamente 12 anni fa la
tragedia del sottomarino a
propulsione nucleare Kursk in
cui persero la vita, intrappolati nella profondità della baia di
Murmansk, più di cento persone.. Grazie a questo luogo di memoria
veniamo a conoscenza di alcuni riti ortodossi; come donare del cibo alla
Chiesa che verrà a sua volta elargito ai credenti più bisognosi, e il
significato, per le donne, di coprirsi la testa, per evitare che
energie negative vi entrino. Inoltre davanti alla chiesa e attorno alla
limitrofa grande àncora di ferro, a terra troviamo tanti pezzetti di
carta colorata, diversi spiccioli e schegge di vetro. È tradizione delle
coppie di sposi brindare
con champagne e rompere i bicchieri ed essere “bersaglio” di monetine e
coriandoli a forma di cuore. Un’altra curiosità di Murmansk, ma ci
dicono anche del resto di tutto il nord della Russia, sono i ristoranti.
Hanno tutti un arredamento estremamente kitsh, tra il tropicale e il
rustico … sono pieni di ghirlande , fiori, frutta su carretti… tutto
rigorosamente in plastica colorata e dimensioni naturali . In compenso
i piatti fortunatamente sono locali . A MURMANSK ALLA FOCE DEL VARZUGA -
L’indomani iniziamo il vero tour della penisola
di Kola, tagliandola perpendicolarmente verso sud per 300 km. E’ la
principale arteria ed è percorsa da molti mezzi pesanti ; mentre la
percorriamo, ascoltiamo i racconti della guida sullo sfruttamento delle
montagne limitrofe ricche di giacimenti di nichel, di ferro ecc. e sulla
costruzione d’impianti chimici nel cosiddetto distretto minerario.
Montagne di cumuli di scorie minerali ci accompagnano ; non è un gran
vedere . Alla fine ci fermiamo solo
per fare rifornimento di viveri in un supermercato nella cittadina di
Kandalaskha (35654 ab., censimento
2010) alla confluenza del Mar Bianco. Sarà da lì per diversi giorni
l’ultimo contatto che avremo con i luoghi e i beni della civiltà
di massa . Carichi di cassette di legumi, salumi, formaggi … ripartiamo
cambiando il nostro mezzo di trasporto: lasciamo il Ford Transit per
proseguire su un pulmino Uaz, il più comune fuoristrada russo, guidato
da un ex militare con un piccolo carrellino a rimorchio che trasporterà
le valigie e l'abbondante spesa acquistata per i giorni successivi. È da
questo punto in poi che il viaggio incomincerà a farsi più arduo,
incominceremo ad abbandonare strade asfaltate per strade a sterro per
poi avventurarci nel vero e proprio off the road . Ogni tanto superiamo
dei piccoli ponti su fiumiciattoli, fotografiamo il fiume Colviza che
sfocia in un grande lago sulle sponde del quale consumiamo un gustoso
picnic. Dopo un lungo tratto forestato la strada comincia a seguire la
costa settentrionale del Mar
Bianco , definita anche la Costa di
Tersky. La costa è bassa, rocciosa desolata, stuoli di gabbiani
svolazzano sulle rive tuffandosi in mare . Gli abitati sono molto
rarefatti, dopo Umba, sostiamo brevemente nel villaggio di
pescatori di Kutzreka per
immortalare le casine di legno di color accesi … non si vede nessuno .
Ci stiamo addentrando in territorio “vergine”; ora la strada è sterrata,
sabbiosa, si snoda tra la tundra e il mare , spesso le buche sono dei
guadi. A Tonya Tetrchna ci siamo sofferrmati su quella linea
immaginaria che stabilisce il Circolo Polare Artico, siamo al 66°33'
parallelo, teoricamente il punto più meridionale di latitudine dove è
possibile vedere il sole di mezzanotte. Qui è possibile soggiornare in
un lodge turistico che ripropone la vita delle comunità locali. Ci
mostra la ricostruzione di capanne interrate e di palafitte, gli
indumenti e gli utensili della vita quotidiana, della caccia e della
pesca, in gran parte realizzati dal riutilizzo degli animali stessi...
In un piccolo museo, troviamo un pinguino imbalsamato, dei piedi di foca
e gli stivali realizzati con la pelle di un suo cucciolo, unghie di
orso, zanne di trichechi, corna di rennee, polveri di minerali macinati
che vengono proposte come toccasana per la nostra salute … ci
rilassiamo infine su sedie a sdraio sulle quali il telo da mare è
sostituito da una pellicce d’orso. Continuando verso sud-est alle sei
del pomeriggio arriviamo a Kashkarantsy,
un antico villaggio di cultura Pomor, dove ora abitano meno di 100
persone . Le case sono isolate in legno , molte sono abbandonate, con
cortili incolti , ingombri di materiali dei più disparati , in un
minuscolo parco giochi solo una giovane mamma con un piccolo bambino,
risponde fugace a un saluto; poi solo un’altra presenza: un centauro
“sfreccia” su un sidecar antidiluviano azzurro. Iniziamo a sentirci in
un'atmosfera surreale: è calata un’ intensa nebbia vaporosa che avvolge
e sfuma il paesaggio. Una croce lungo la strada, segnala la presenza di
una cappella sul mare dedicata a un Pope;
qui è stato rinvenuto portato chissà da dove , il cadavere di un
sacerdote , ed è diventato un luogo di culto; gli scarsi viaggiatori vi
si fermano. Nel percorrere a piedi il tratto di boscaglia dalla strada
alla cappella, prendiamo contatto con la lussureggiante flora della
costa . Un vero e proprio soffice tappeto di muschio a chiazze colorate
bianche e verdi alto non meno di 20 cm da cui spuntano mirtilli, bacche
, lamponi di varie specie , disseminato letteralmente di funghi porcini
dal cappello arancione (boletus rufus ). Un paesaggio da fate e elfi …
Siamo stupefatti, ingozzandosi di mirtilli , raccogliamo come forsennati
i porcini … … scopriremo poi che non c’è niente di più comune dei
porcini su tutta la costa del Mar Bianco, sono buoni ma hanno un sapore
scialbo rispetto ai nostri. Prendiamo anche per la prima volta contatto
con stuoli di piccole zanzare perniciose che si avventano con insistenza
sul loro obbiettivo. Penultima tappa è il villaggio di Varzuga,
posto sull’omonimo fiume , dove dalla nebbia si ergono le moli
caratteristiche a cipolla di tre chiese costruite interamente in legno,
una delle quali senza
l’uso di chiodi. Nell’atmosfera ovattata si ode una musica provenire
dagli altoparlanti dell’unica auto ferma nel piazzale. Il nostro
compagno di viaggio – ispirato - esprime in una frase l'atmosfera che
stiamo vivendo, “note balcaniche danzano tra rottami di fede ortodossa,
echi di corvi e cornacchie ci confondono tra Hitchcock ed Eisenstein e
il rintocco di una campana si fonde ai tremolanti fari fiochi di una
Lada”. Una babushka ci accoglie nella Chiesa principale,
luccicante di icone dorate alla luce fievole delle candele .
Percorriamo l’ultimo tratto della lunga giornata di trasferimento. Ora
siamo in un paesaggio completamente diverso; la Uaz zigzaga per 20 km
nel deserto di sabbia creato dall’estuario del fiume, dove troviamo
qualche difficoltà nel superare le enormi buche piene d’acqua create
dalla pioggia delle ore precedenti. Finalmente raggiungiamo Kuzomen',
un villaggio del XVII secolo, dove pernotteremo presso una casetta di
legno tutta a nostra disposizione. Sono le dieci di sera la cuoca ci
prepara la cena con pesci bolliti e contorno di patate. Dormiremo tutti
nell'unica stanza con sei letti riscaldata con stufa a legna . Iniziano
le prove di sopravvivenza : il “locale bagno” che si trova in uno
stanzino esterno alla casa, non consiste altro che di un asse rialzato
con buco al centro ( come copertura il coperchio di una pentola)
affacciato su una fossa biologica maleodorante. Per lavarsi in un altro
localetto abbiamo un lavabo scrostato da dove si spilla un po’ d’acqua ,
immessa a secchi nel deposito. Del resto, come scopriremo, tutti i i
villaggi non hanno né rete fognaria né acqua corrente. Forse se
l’avessero la civiltà turistica li avrebbe già raggiunti da un pezzo .
Stanchi, non pulitissimi ma appagati della intensa giornata . DA KUZOMEN
A CHAVANGA - Il giorno successivo partiamo per un impegnativo tratto
lungo la costa fino per la meta principale del nostro viaggio, il
villaggio di Chavanga. Prima
di partire un’ultima occhiata a Kuzomen che sorge sulla sabbiosa sponda
di destra della foce del Varzuga, davanti solo la bassa striscia di
terra della sponda opposta. Comunque nonostante anche questo villaggio
abbia l’aria da far west, ci sentiamo ancora collegati alla civiltà; ci
sono dei Suv parcheggiati, i telefonini pigliano ancora , e a una
casetta è appeso un telefono esterno ; sembra quasi un telefono pubblico
, forse per le emergenze, ma alzando la cornetta non c’è nessuna linea.
ra il mezzo che utilizzeremo è un camion ZIL 131 4WD militare marroncino
con una grossa croce rossa disegnata sui fianchi e sul portellone
posteriore, sicuramente un residuato bellico dell’Armata Rossa rislaente
all seconda guerra mondiale. Siamo sorpresi per la sua imponenza e tra
qualche risata e sforzo saliamo a bordo e ci stipiamo tra i tanti
bagagli e cartoni di viveri. Ha l’unico compito di fare pochi km lungo
la sponda sabbiosa del fiume per accompagnarci fino ad un imbarcadero di
fortuna . Finalmente indossiamo le calosce e a mano trasportiamo tutto
il nostro armamentario su una barchetta a motore di legno stretta e
lunga che due alla volta ci trasporterà dall'altra parte del fiume . Il
barcaiolo ci vive da solo con la famiglia in un di villaggio di
pescatori abbandonato, diventato una sorta di campionario di mezzi
marini e terrestri dell’URSS , obsoleti e fuori uso , sarebbe un cult
per i robivecchi . Proseguiamo il tragitto su un altro mezzo militare,
un camion ZIL 157 6WD sulla cui fiancata appare la scritta
“Militaria.pl, shooting & outdoor” che sulle sue solide 6 megaruote alla
sbalorditiva media di 10 km all’ora si rivelerà idoneo a superare le
parti più impervie del terreno. Oltre il Varzuga non esiste una strada
vera e propria ma una pista accidentata che costeggia il mare, tra
dossi, guadi, smottamenti, roccioni... (sulla cartina è segnalata da un
tratteggio). Alla guida un reduce della Marina Russa, imperturbabile,
con tanto di guanti bianchi …. mentre noi all’interno, dividendo il
poco spazio anche con una vecchia stufa a legna, seduti su panchette
siamo sballottati da una parte all’altra. LA VITA A CHAVANGA – Chavanga è un piccolo , colorito villaggio rurale sulle rive del mare Bianco, adagiato sulla riva sinistra del fiume ; si contano un centinaio di abitazioni, molte sono vuote o utilizzate solo nel periodo estivo, con una popolazione, registrata nell’ultimo censimento del 2010 a 87 abitanti; in realtà dalla popolazione locale siamo venuti a conoscenza che il villaggio è frequentato solo nel periodo estivo da questa ottantina di persone , riducendosi nei periodi invernali a circa una quindicina. La vita in questo villaggio si svolge in modo ben diverso da quella da cui siamo abituati. Ci siamo vissuti per quattro giorni tra un misto di curiosità , stupore … difficoltà, esercitando l’arte di arrangiarsi . E’ stato un ritorno ai modi di vivere semplici e senza troppi comfort , che nessuno di noi aveva direttamnete sperimentato , quello che usava anche nelle nostre campagne fino a circa due generazioni fa. Non c’è rete idrica né fognaria. Qui l’acqua la si prende dal pozzo, sia per bere (prima è preferibile farla bollire), sia per lavarsi. I più organizzati hanno la pompa funzionante altrimenti si calano i secchi All’esterno delle case dominano grandi cataste di legna (solitamente si tratta di ciocchi di betulla ai quali si toglie la corteccia più facile da far bruciare). La legna unica fonte energetica per il riscaldamento alimenta le stufe di casa e della “banja”, la tipica sauna russa, esterna alla casa, non è soltanto un luogo di relax ma una vera e propria istituzione. La tradizione vuole che la famiglia o tra amici ci si raccolga e si faccia la banja il sabato. All’interno ci sono tre ambienti uno spogliatoio attrezzato con tavolino e dove ci si ferma a bere e a conversare al calore prodotto dal vapore nella camera principale., la sauna vera e propria odorosa delle resine del legno e un anticamera dove ci sono grandi tinozze di acqua fredda e calda per sciacquarsi. Noi non abbiamo aspettato il sabato, tutte le sere abbiamo goduto del piacevole ristoro della banja calda, utilizzandola anche come doccia a mo’ di secchiate d'acqua. Per lavarci il viso o i denti abbiamo utilizzato il lavandino della cucina. La rete della luce elettrica è presente , serve per l’illuminazione e alimentare piccoli apparecchi domestici e subisce alcune interruzioni. Non è presente la rete GSM.. Per un’ora al giorno alla Direzione del villaggio si può effettuare chiamate o connettersi tramite una connessione satellitare. Una volta alla settimana fa scalo un grosso elicottero dell’Aeroflot . La tratta fino a Kandalashka costa a ciascun abitante, 400 Rubli , a un non residente 4000. C’è anche un piccolo porticciolo alla foce del fiume , ma non c’è una linea di navigazione che assicuri il collegamento via mare . Il mezzo di trasporto privato su questa recondita parte del mondo sono gli antiquati sidecar e il quad., gli unici mezzi capaci di attraversare il piccolo traballante ponte tibetano che attraversa il fiume, Ci sono anche quelli che sono chiamati impropriamente caterpillar, sorta di mezzi militari anfibi cingolati idonei a risalire i fiumi e usati d’inverno come motoslitte. I rifornimenti sono assicurati dai camion militari come quello che ci ha accompagnato e ci avrebbe poi riportato indietro. In 4 giorni di permanenza a Chavanga abbiamo visto arrivare solo 2 quad di pescatori . Non ci sono scuole , i bambini tornano solo nel periodo estivo, durante l’anno scolastico risiedono in convitti o da parenti nei centri principali. Uno spaccio è aperto dalle 12 alle 15. I prodotti sono venduti a peso e a unità ( come le sigarette), ma la cosa più curiosa è che utilizza un enorme pallottoliere per fare i conti. La pesca in mare e nel fiume, il taglio della legna e la coltivazione di qualche sparuto orticello di patete rappresentano leattuali risorse locali . La direzione del villaggio è l’erede di quella che era all'epoca dell'Unione sovietica un Kolchoz, ed è tuttora una cooperativa agricola e di pesca nella quale gli abitanti condividono gli strumenti e i macchinari da lavoro. Nel periodo del comunismo Chavanga contava 500 abitanti ed era attiva una fabbrica di inscatolamento del pesce e un aeroporto. L’edificio della direzione è anche il punto di ritrovo, il circolo del villaggio e ci fa capire il modello da cui sono deriviate le italiane Case del Popolo. Apre dal pomeriggio a mezzanotte . Appesa alle pareti una serie di foto in bianco e nero racconta la vita della comunità , con i lavoratori insigniti delle decorazioni e le foto di grandi salmoni pescati; c’è il biliardo , il ping pong , il baretto e … non ci sembrava possibile! una piccola funzionante discoteca . E’ stato simpatico ballare con i ragazzi del luogo una quindicina in tutto, tra bambini adolescenti e giovani e vedere come convivono insieme gli stessi spazi … Forse c’è qualcosa da imparare per noi che a volte facciamo centinaia di km per andare in qualche mega-discoteca per cercare amicizie. Nel complesso la vita a Chavanga è la dimostrazione che una comunità anche se piccolissima e isolata deve per forza di cose essere coesa ed organizzarsi per sopravvivere in situazioni ambientali estreme. D’inverno poi tutto deve rimanere come sospeso. Da ottobre a maggio, la neve copre tutto, la notte si fa sempre più lunga sino a 21 h di buio totale , il mare ghiaccia . Cosa può fare un turista a Chavanga? Delle escursioni naturalmente. Alla mattina siamo andati a passeggiare nella brughiera sino ai margini della tundra. Dove ci dicono è meglio non addentrarsi per la presenza degli orsi. Nose un magnifico Siberian Husky che ci ha adottato porta i segni sul muso di un’unghiata feroce e ci scorta battendo la pista avanti avanti . Il paesaggio quando illuminato dal sole è di una bellezza impressionante, i colori sono vividissimi; il muschio verde brillante è punteggiato da macchie coloratissime di bacche, fiori e funghi. Abbiamo passeggiato a lungo sulle spiagge sabbiose e sassose che si aprono nella costa bassa ingombre di un vero campionario di relitti marini di ogni foggia , carcasse di pesci, conchiglie meduse trasparenti e dall’interno color viola intenso, alghe dalle foglie gigantesche, tronchi sbiancati portati dai fiumi … questa volta accompagnati da un branco di una diecina di cavalli che vivono allo stato brado; si tratta di esemplari ibridi , piuttosto tozzi con magnifiche lunghe criniere bionde e mantelli fulvi e bianchi. Un solo fiero maschio e tante femmine. Ci seguono perché gli abbiamo dato dei tozzi di pane … poi quando il pane finisce zittito uno appioppa un morso a uno di noi. Nelle nostre passeggiate incontreremo un altro branco , amorevolmente chiuso a difesa a protezione puledri . Non appartengono a nessuno, sono della comunità, liberi di circolare ovunque, d’inverno si avvicinano alle case per essere foraggiati … forse rappresentano una scorta di riserva invernale di cibo per gli abitanti. Il tempo atmosfericoè una componente determinante per la riuscita delle escursioni; come detto sopra il clima è molto mutevole e quando si mette a piovere , fa anche freddo, e la pioggia rende impraticabile i percorsi; sono necessari giacche a vento, indumenti termici e stivaloni al ginocchio. I fiumi s’ingrossano rapidamente e i guadi diventano impraticabili , il terreno si trasforma alla svelta in un grande acquitrinio . Per questa causa non siamo riusciti a completare l’itinerario completo che prevedeva il raggiungimento di una base di pesca sul fiume Strelna ca. 50 km più a est da dove siamo arrivati. Per un giorno siamo rimasti confinati in casa; in questi casi non resta che invocare il bel tempo con un rito – non so quanto improvvisato dalla guida - che consiste nell’odorare un cetriolino sott’aceto, pregare il dio sole e buttar giù tutto d’un fiato un bicchierino di vodka, mai meno di tre. Ci siamo consolati anche con una bella cena con un salmone kg 3,5 appena pescato, mangiato crudo sfilettato come aperitivo e poi cucinato al forno. Nelle nostre escursioni abbiamo anche visitato la stazione meteorologica che si trova dall’altra parte del fiume attraversando lo stretto ponte di legno citato prima. Arriviamo in una baia sulla quale spicca una fattoria in legno sovrastata da una torretta dalla quale la fattoressa-guardiana comunica a Murmansk le condizioni climatiche. E' dotata di barometro, di computer (simile al commodore 64) e altri mezzi antiquati ma utili al suo lavoro. Sembra strafelice di mostrarci il suo “ufficio”. Dalla piccola torre abbiamo una visione a 360° . Avvistiamo delle foche, ma la distanza è tale che nonostante la loro presenza ci sia assicurata dalla guida, non riusciamo a distinguerle bene. In un altro pomeriggio abbiano compiuto l’escursione più avventurosa. Su un mezzo militare GAZ mod. 40 a quattro ruote gigantesche, semiaperto, un giovane ventunenne ci conduce fino al villaggio semiabbandonato di Tetrino. La pista è inesistente in 5 h tra andata e ritorno passiamo in mezzo alla tundra, su dune sabbiose, in pozze profonde, inerpicandoci sopra gli scogli, attraversiamo letteralmnete tratti di mare ad almeno 500 m dalla riva fino a destinazione. Nonostante ci reggiamo forti per non cadere dal mezzo, i sobbalzi sono tali da causarci qualche ammaccatura. Necessaria la visita dall’ortopedico per attestare le buone condizioni di forma prima della partenza. Infine arrivati poche case si affacciano su una baia, hanno alle spalle una verdeggiante collina che si alterna a zone pianeggianti o di modesta altitudine, con pendii che senza alcuna difficoltà scaliamo calpestando fitti tappeti di mirtilli, ribes, bacche varie. Anche qui un gruppo di cavalli selvaggi sosta indisturbato fronte mare e il paesaggio è da cartolina . Naturalmente la maggiore attrattiva turistica dei luoghi è la pesca al salmone atlantico. Come riferito non abbiamo potuto raggiungere la base di pesca sullo Strelna, uno dei corsi d’acqua più rinomati; causa l’ingrossamento dei fiumi che rendeva pericolosi i guadi , ma ci siamo limitati ad una dimostrazione di pesca della nostra guida alla foce del Chavanga. Si pesca stando con gli stivaloni nel fiume con esche che riproducono insetti ( alla mosca) lanciando la lenza con il mulinello . Anche il Chavanga era alto e non presentava buone condizioni di pesca; abbiamo finito per comprare il nostro salmone da un anziano pescatore, compensato con un paio di bottiglie di vodka.
|
KOLA / VIAGGIO 2012