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VIAGGIO NELLA PENISOLA DI KOLA - Data di partenza: 04/08/2012 - Data di rientro: 12/08/2012 -Numero di viaggiatori: 6

Descrizione in breve: Un viaggio pilota: siamo tra i primi turisti in maestose, e in gran parte inesplorate, distese di territorio selvaggio dove il tempo sembra essersi fermato e la tecnologia ancora molto lontana. Stili di vita semplici come quelli che si vivevano nelle campagne italiane un secolo fa, quando per servizi igienici si intendevano le latrine e l’acqua veniva presa al pozzo. Flora e paesaggi naturali incantevoli, notti bianche spettacolari così come i tramonti e i colori del cielo che si confondevano con quelli del Mar Bianco. Pochissima fauna: solo orme di orsi, nessuna renna, una foca, due Siberian Husky; meta ideale per chi ha la passione della pesca (salmone e salmonidi). Pochi i rapporti con le comunità locali e spirito di adattamento per i tipi di alloggio da condividere al massimo con quattro estranei, così come l’indispensabile e piacevole banya-sauna quasi tutte le sere. Cibo abbondante ma poco vario e attenzione se si hanno particolari necessità alimentari. Buona costituzione fisica per spostamenti con mezzi militari su terreni sconnessi, parte divertente del viaggio solo se non si soffre il mal d’auto.

Destinazioni: Murmansk, Kandalaskha, Colviza, Kutzreka, Kashkarantsy, Varzuga, Kozumen', Capo Amethisty, Chavanga, Tetrino, Tonya Tetrchna, Umba, Lovozero

DIARIO DI VIAGGIO - Il nostro viaggio nella Penisola di Kola è stato particolareggiatamente  raccontato da una dei partecipanti che lo ha pubblicato in Turistiperca. Riassumo a seguire la tappe salienti del viaggio e le caratteristiche principali  che hanno reso questo viaggio “avventuroso”. Il viaggio ha inizio il 4 di agosto 2012 dall’Italia, siamo 6 persone e il volo è previsto nel primo pomeriggio da Milano con la compagnia aerea Rossiya Airlines con cambio a San Pietroburgo, per  Murmask. Arriviamo alle 3 del mattino, con + 2 h di differnza di fuso orario. Usciti dal piccolo aeroporto internazionale, nonostante l’ora notiamo subito la luminosità del cielo, siamo infatti ben dentro il circolo polare artico a 69°di latitudine nord ed è tuttora presente il fenomeno della Notte Bianca. Pur se tramontato il sole a causa della rifrazione, la luce del crepuscolo riesce a sostituire i raggi solari ed è possibile svolgere qualsiasi attività senza il bisogno di luce artificiale. Ed è curioso vedere negozi aperti, gente che si reca al lavoro o bambini che giocano all’aperto a quell’ora. Dal punto di vista turistico è un bel vantaggio , hai molte più ore da dedicare a visite e trasferimenti .  All’aeroporto ad aspettarci su un pulmino Ford  troviamo Vasil, bielorusso , una guida esperta nel campo della pesca al salmone che negli ultimi 15 anni ha accompagnato diversi gruppi nell’area, insieme alla moglie Elena che sarà la  nostra cuoca durante tutto il viaggio. Fa freddino sui 6° . Durante tutto il viaggio i cambiamenti climatici saranno repentini, passando da momenti di piacevole sole (15°C) a nuvolosità, vento, spesso con pioggia, leggera ma anche battente; un clima fresco mutevole ma non freddo, frutto della intereazione della Corrente del Golfo con gli anticicloni artici. MURMANSK - A Murmansk abbiamo alloggiato in un “Hostel” a conduzione privata.  Un’intera giornata è stata dedicata alla visita della città, con l’assistenza di una guida locale. La città è dominata da palazzoni breznievani, alcuni in condizione anche fatiscenti , ma si vive una certa atmosfera di frontiera. Le strade sono polverose e semideserte, binari interscano continuamente la rete stradale per raggiungere gli scali marittimi ingombri di cumuli di carbone. Murmansk sorge sul la riva destra alll’inizio di un fiordo di 29 , la base navale militare si trova più vicina alla costa  .  Nel porto civile è ancorata un glorioso oggetto del passato, la nave rompighiaccio Lenin (Museum Icebreaker Lenin), la prime nave a propulsione nucleare, entrata in servizio nel 1960. All’interno sembra di essere in un set cinematografico dei primi film di 007 ; siamo di nuovo in piena guerra fredda,  un sottufficiale  in divisa ci guida negli ambienti di bordo tra  cabine, mense, stanze di rappresentanza, con ritratti degli eroi della Rivoluzione russa,  studi medici (dentista, chirurgico, sala raggi…) e nella centrale a propulsione nucleare dove sono piazzati manichini molto realistici  e si possono toccare anche le barre di uranio.   La visita guidata in russo, inizia ogni ora e dura più di mezz'ora. Sbarcati però un brusco ritorno all’attualità  e alla globalizzazione …. Moccia ha lasciato il segno: una quantità di lucchetti enormi delle foggie più disparate , diversi a forma di cuore, sono attaccati alla ringhiera del molo! Li vicino, in quello che è il centro di Murmansk ci sono vetrine che  fanno tenerezza , tanto sono squallide, con un campionario di oggetti e   indumenti da mercatino di beneficenza... Capisco perché le coppiette usino lucchetti tanto grossi per significare il loro amore … la voglia di evasione deve essere tanta . La stazione ferroviaria ci rimanda invece agli anni venti del secolo scorso, è una costruzione bellissima in stile Art Decò internamente tutta in legno , con grandi vetrate , la sala d’aspetto ; anche la gente che l’affolla  con cappottoni, cappelli di tutte le foggie,  tanti militari in divisa , ci fa rivivere l’atmosfera di un’epoca vista nel film Il Dr. Zivago . La stessa che assaporiamo ancora nel museo storico naturalistico della città. Sonnacchiose signore in pantofole vigilano su sale ingombre di reperti del territorio, ci sono animali imbalsamati (orsi, renne, alci, volpi, ghiottoni, gufi…) , grandi raccolte di  minerali di cui sono ricche le rocce dell’area. Tanti sono anche i reperti della vita quotidiana delle  culture Pomor e Sami. Interessanti le  le testimonianze delle esplorazioni polari e tante  le armi e l’oggettistica miltare dalla rivoluzione bolscevica alla seconda guerra mondiale. Di Murmansk abbiamo anche visitato sull’alture a nord della città la imponente la statua in cemento, alta circa mt 40, di Alyosha, il prototipo del soldato russo, avvolto da un cappotto, con un fucile a tracolla sulla spalla e lo sguardo dritto rivolto a Occidente, e il Memorial del Faro eretto in onore ai tanti marinai morti;  ricordiamo esattamente 12 anni fa la tragedia del sottomarino a propulsione nucleare Kursk in cui persero la vita, intrappolati nella profondità della baia di Murmansk, più di cento persone.. Grazie a questo luogo di memoria veniamo a conoscenza di alcuni riti ortodossi; come donare del cibo alla Chiesa che verrà a sua volta elargito ai credenti più bisognosi, e il significato, per le donne, di coprirsi la testa,  per evitare che energie negative vi entrino. Inoltre davanti alla chiesa e attorno alla limitrofa grande àncora di ferro, a terra troviamo tanti pezzetti di carta colorata, diversi spiccioli e schegge di vetro. È tradizione delle coppie di sposi brindare con champagne e  rompere i bicchieri ed essere “bersaglio” di monetine e coriandoli a forma di cuore. Un’altra curiosità di Murmansk, ma ci dicono anche del resto di tutto il nord della Russia, sono i ristoranti. Hanno tutti un arredamento estremamente kitsh, tra il tropicale e il rustico … sono pieni di ghirlande , fiori, frutta su carretti…  tutto rigorosamente in plastica colorata e  dimensioni naturali . In compenso i piatti fortunatamente sono locali . A MURMANSK ALLA FOCE DEL VARZUGA - L’indomani iniziamo il vero tour della penisola di Kola, tagliandola perpendicolarmente verso sud per 300 km. E’ la principale arteria ed è percorsa da molti mezzi pesanti ; mentre la percorriamo, ascoltiamo i racconti della guida sullo sfruttamento delle montagne limitrofe ricche di giacimenti di nichel, di ferro ecc. e sulla costruzione d’impianti chimici nel cosiddetto distretto minerario. Montagne di cumuli di scorie minerali ci accompagnano ; non è un gran vedere . Alla fine ci fermiamo solo per fare rifornimento di viveri in un supermercato nella cittadina  di Kandalaskha (35654 ab., censimento 2010) alla confluenza del Mar Bianco. Sarà da lì per diversi giorni l’ultimo contatto che avremo con  i luoghi e i beni della civiltà di massa . Carichi di cassette di legumi, salumi, formaggi … ripartiamo  cambiando il nostro mezzo di trasporto: lasciamo il Ford Transit per proseguire su un pulmino Uaz, il più comune fuoristrada russo,  guidato da un ex militare con un piccolo carrellino a rimorchio che trasporterà le valigie e l'abbondante spesa acquistata per i giorni successivi. È da questo punto in poi che il viaggio incomincerà a farsi più arduo, incominceremo ad abbandonare strade asfaltate per strade a sterro  per poi avventurarci nel vero e proprio off the road . Ogni tanto superiamo dei piccoli ponti su fiumiciattoli,  fotografiamo il fiume Colviza che sfocia in un grande lago sulle sponde del quale consumiamo un gustoso picnic. Dopo un lungo tratto forestato la strada comincia a seguire  la costa settentrionale del Mar Bianco , definita anche la Costa di Tersky. La costa è bassa, rocciosa desolata, stuoli di gabbiani svolazzano sulle rive tuffandosi in mare . Gli abitati sono molto rarefatti, dopo Umba, sostiamo brevemente nel villaggio di pescatori di Kutzreka per immortalare le casine di legno di color accesi … non si vede nessuno . Ci stiamo addentrando in territorio “vergine”; ora la strada è sterrata, sabbiosa, si snoda tra la tundra e il mare , spesso le buche sono dei guadi.   A Tonya Tetrchna ci siamo sofferrmati su quella linea immaginaria che stabilisce il Circolo Polare Artico, siamo al 66°33' parallelo, teoricamente il punto più meridionale di latitudine dove è possibile vedere il sole di mezzanotte. Qui è possibile soggiornare in un lodge  turistico che ripropone la vita delle comunità locali. Ci mostra la ricostruzione di capanne interrate e di palafitte, gli indumenti e gli utensili della vita quotidiana, della caccia e della pesca, in gran parte realizzati dal riutilizzo degli animali stessi... In un piccolo museo, troviamo un pinguino imbalsamato, dei piedi di foca e gli stivali realizzati con la pelle di un suo cucciolo, unghie di orso, zanne di trichechi, corna di rennee, polveri di minerali macinati che vengono proposte come  toccasana per la nostra salute … ci rilassiamo infine su sedie a sdraio sulle quali il telo da mare è sostituito da una pellicce d’orso. Continuando verso sud-est alle sei del pomeriggio arriviamo a  Kashkarantsy, un antico villaggio di cultura Pomor, dove ora abitano meno di 100 persone . Le case sono isolate in legno , molte sono abbandonate, con cortili incolti , ingombri di materiali dei più disparati , in un minuscolo parco giochi solo una giovane mamma con un piccolo bambino, risponde fugace a un saluto; poi solo un’altra presenza:  un centauro “sfreccia” su un sidecar antidiluviano azzurro. Iniziamo a sentirci  in un'atmosfera surreale: è calata un’ intensa nebbia vaporosa che avvolge e sfuma  il paesaggio. Una croce lungo la strada, segnala la presenza di una cappella sul mare dedicata a un Pope; qui è stato rinvenuto  portato chissà da dove , il cadavere di un sacerdote , ed è diventato un luogo di culto; gli scarsi viaggiatori vi si fermano. Nel percorrere a piedi il tratto di boscaglia dalla strada alla cappella, prendiamo contatto con la lussureggiante flora della costa . Un vero e proprio soffice tappeto di muschio a chiazze colorate bianche e verdi alto non meno di 20 cm da cui spuntano mirtilli, bacche , lamponi di varie specie , disseminato letteralmente di funghi porcini dal cappello arancione (boletus rufus ). Un paesaggio da fate e elfi  … Siamo stupefatti, ingozzandosi di mirtilli , raccogliamo come forsennati i porcini … …  scopriremo poi che non c’è niente di più comune dei porcini su tutta la costa del Mar Bianco, sono buoni ma hanno un sapore scialbo rispetto ai nostri. Prendiamo anche per la prima volta contatto con stuoli di piccole zanzare perniciose che si avventano con insistenza sul loro obbiettivo. Penultima tappa è il villaggio di Varzuga, posto sull’omonimo fiume , dove dalla nebbia si ergono le moli caratteristiche a cipolla di tre chiese costruite interamente in legno, una delle quali senza l’uso di chiodi. Nell’atmosfera ovattata si ode una musica provenire dagli altoparlanti dell’unica auto ferma nel piazzale.  Il nostro compagno di viaggio – ispirato -  esprime in una frase l'atmosfera che stiamo vivendo, “note balcaniche danzano tra rottami di fede ortodossa, echi di corvi e cornacchie ci confondono tra Hitchcock ed Eisenstein e il rintocco di una campana si fonde ai tremolanti fari fiochi di una Lada”. Una babushka ci accoglie nella Chiesa principale, luccicante di icone dorate  alla luce fievole delle candele . Percorriamo l’ultimo tratto della lunga giornata di trasferimento. Ora siamo in un paesaggio completamente diverso; la Uaz zigzaga per 20 km nel deserto di sabbia creato dall’estuario del fiume, dove troviamo qualche difficoltà nel superare le enormi buche piene d’acqua create dalla pioggia delle ore precedenti. Finalmente raggiungiamo Kuzomen', un villaggio del XVII secolo, dove pernotteremo presso una casetta di legno tutta a nostra disposizione. Sono le dieci di sera la cuoca ci prepara la cena con pesci bolliti e contorno di patate. Dormiremo tutti nell'unica stanza con sei letti riscaldata con stufa a legna . Iniziano le prove di sopravvivenza : il “locale bagno” che si trova in uno stanzino esterno alla casa, non consiste altro che di un asse rialzato con buco al centro ( come copertura il coperchio di una pentola) affacciato su una fossa biologica  maleodorante. Per lavarsi in un altro localetto abbiamo un lavabo scrostato da dove si spilla un po’ d’acqua , immessa a secchi nel deposito.  Del resto, come scopriremo, tutti i  i villaggi non hanno  né rete fognaria né acqua corrente. Forse se  l’avessero la civiltà turistica li avrebbe già raggiunti da un pezzo . Stanchi, non pulitissimi ma appagati della intensa giornata . DA KUZOMEN A CHAVANGA - Il giorno successivo partiamo per un impegnativo tratto lungo la costa fino per la meta principale del nostro viaggio, il villaggio di Chavanga. Prima di partire un’ultima occhiata a Kuzomen che sorge sulla sabbiosa sponda di destra  della foce del Varzuga, davanti solo la bassa striscia di terra della sponda opposta.  Comunque nonostante anche questo villaggio abbia l’aria da far west, ci sentiamo ancora collegati alla civiltà; ci sono dei Suv parcheggiati, i telefonini pigliano ancora , e a una casetta è appeso un telefono esterno ; sembra quasi un telefono pubblico , forse per le emergenze,  ma alzando la cornetta non c’è nessuna linea. ra il mezzo che utilizzeremo è un camion ZIL 131 4WD militare marroncino con una grossa croce rossa disegnata sui fianchi e sul portellone posteriore, sicuramente un residuato bellico dell’Armata Rossa rislaente all seconda guerra mondiale. Siamo sorpresi per la sua imponenza e tra qualche risata e sforzo saliamo a bordo e ci stipiamo tra i tanti bagagli e cartoni di viveri. Ha l’unico compito di fare pochi km lungo la sponda sabbiosa del fiume per accompagnarci fino ad un imbarcadero di fortuna . Finalmente indossiamo le calosce e a mano trasportiamo tutto il nostro armamentario  su una barchetta a motore di legno stretta e lunga che due alla volta ci trasporterà dall'altra parte del fiume . Il barcaiolo ci vive da solo con la famiglia in un  di  villaggio di pescatori abbandonato, diventato una sorta di campionario di mezzi marini e terrestri   dell’URSS , obsoleti e fuori uso , sarebbe un cult per i robivecchi . Proseguiamo il tragitto su un altro mezzo militare, un camion ZIL 157 6WD sulla cui fiancata appare la scritta “Militaria.pl, shooting & outdoor” che sulle sue solide 6 megaruote alla sbalorditiva media di 10 km all’ora si rivelerà idoneo a superare le parti più impervie del terreno. Oltre il Varzuga non esiste una strada vera e propria ma una pista accidentata che costeggia il mare, tra dossi, guadi, smottamenti,  roccioni... (sulla cartina è segnalata da un tratteggio). Alla guida un reduce della Marina Russa, imperturbabile,  con tanto di guanti bianchi ….  mentre noi all’interno, dividendo il poco spazio anche con una vecchia stufa a legna, seduti su panchette siamo  sballottati da una parte all’altra.
Per ore  s’incontra anima viva … poi dal nulla una coppia di vecchietti a cercare lamponi. Facciamo una breve sosta con tanto di pranzo al sacco a Capo Amethisty che penetra nel mare come una freccia , ed è così chiamato per la presenza di cristalli di ametista, per l’appunto, che spuntano dalle rocce. Li visitiamo un abitato tuttora rifugio stagionale di pescatori di mare e non riusciamo a capacitarci di come si possa vivere, seppur per pochi mesi, in fatiscenti strutture, con il minimo indispensabile per non morir di freddo ed affidati alla propria abilità per mangiare.  Il tragitto di circa 50 km lo percorriamo in più di 5 ore; ogni ora ci fermiamo a sgranchirci le gambe e ne approfittiamo per raccogliere “griby”(porcini) e frutti di bosco. Siamo nel regno delle zanzare, l’ambiente è quello della  brughiera, acquitrini e rocce con verdissime macchie di muschi e cespugli lungo la costa spazzatta dal vento , subito dietro sorge la tundra di pini e betulle. Finalmente , dopo un difficilissimo guado dell’omonimo fiume, giungiamo a   Chavanga;  esausti dal viaggio, provati nel fisico per lo sforzo di restare aggrappati, ma non nel morale;  ci sistemiamo con gioia nella nostra colorita casetta : due camerate una per uomini e una per le donne , una simpatica cucina con stufa in muratura, il locale dispensa e il bagnetto, sempre dello stile asse con buco (sic!), ma è meglio del precedente. Per festeggiare  viene subito improvvisato un bel buffet di salumi e cocktail alla  vodka . La stufa a legna subito accesa rendere l'atmosfera calda e familiare . Senza soluzione di continuità si passa alla cena , la cuoca si arrischia a farci la pasta … da dimenticare , ma  per stasera va bene così , si va a letto contenti. Qui resteremo quattro notti.

LA VITA A CHAVANGA – Chavanga è un piccolo , colorito villaggio rurale sulle rive del mare Bianco, adagiato sulla riva sinistra del fiume ;  si contano un centinaio di abitazioni, molte sono vuote o utilizzate solo nel periodo estivo, con una popolazione, registrata nell’ultimo censimento del 2010 a 87 abitanti; in realtà dalla popolazione locale siamo venuti a conoscenza che il villaggio è frequentato solo nel periodo estivo da questa ottantina di persone , riducendosi nei periodi invernali a circa una quindicina. La vita in questo villaggio si svolge in modo ben diverso da quella da cui siamo abituati. Ci siamo vissuti per quattro giorni tra un misto di curiosità , stupore … difficoltà, esercitando l’arte di arrangiarsi . E’ stato un ritorno ai modi di vivere semplici e senza troppi comfort , che nessuno di noi aveva direttamnete sperimentato , quello che usava anche nelle nostre campagne fino a circa due generazioni fa. Non c’è rete idrica né fognaria. Qui l’acqua la si prende dal pozzo, sia per bere (prima è preferibile farla bollire), sia per lavarsi. I più organizzati hanno la pompa funzionante altrimenti si calano i secchi All’esterno delle case dominano grandi cataste di legna (solitamente si tratta di ciocchi di betulla ai quali si toglie la corteccia più facile da far bruciare). La legna unica fonte energetica per il riscaldamento alimenta le stufe di casa e della “banja”, la tipica sauna russa, esterna alla casa, non è soltanto un luogo di relax ma una vera e propria istituzione. La tradizione vuole che la famiglia o tra amici ci si raccolga e si faccia la banja il sabato. All’interno ci sono tre ambienti uno spogliatoio attrezzato con tavolino e dove ci si ferma a bere e a conversare al calore prodotto dal vapore nella camera principale., la sauna vera e propria odorosa delle resine del legno e un anticamera dove ci sono grandi tinozze di acqua fredda e calda per sciacquarsi. Noi non abbiamo aspettato il sabato, tutte le sere abbiamo goduto del piacevole ristoro della banja calda, utilizzandola anche come doccia a mo’ di secchiate d'acqua. Per lavarci il viso o i denti abbiamo utilizzato il lavandino della cucina. La rete della luce elettrica è presente , serve per l’illuminazione e alimentare  piccoli apparecchi domestici e subisce alcune interruzioni. Non è presente la rete GSM.. Per un’ora al giorno alla Direzione del villaggio si può effettuare chiamate o connettersi tramite una connessione satellitare. Una volta alla settimana fa scalo un grosso elicottero dell’Aeroflot . La tratta fino a Kandalashka costa a ciascun abitante,  400 Rubli , a un non residente 4000. C’è anche un piccolo porticciolo alla foce del fiume , ma non c’è una linea di navigazione che assicuri il collegamento via mare . Il mezzo di trasporto privato  su questa recondita parte del mondo sono gli antiquati sidecar e il quad., gli unici mezzi capaci di attraversare il piccolo traballante ponte tibetano che attraversa il fiume, Ci sono anche  quelli che sono chiamati impropriamente caterpillar,  sorta di mezzi militari anfibi cingolati idonei a risalire i fiumi e usati d’inverno come motoslitte. I rifornimenti sono assicurati dai camion militari come quello che  ci ha accompagnato e ci avrebbe poi riportato indietro. In 4 giorni di permanenza a Chavanga  abbiamo visto arrivare solo 2 quad di pescatori . Non ci sono scuole , i bambini tornano solo nel periodo estivo, durante l’anno scolastico risiedono in convitti o da parenti nei centri principali. Uno spaccio è aperto dalle 12 alle 15. I prodotti sono venduti a peso e a unità ( come le sigarette), ma la cosa più curiosa è che utilizza un enorme pallottoliere per fare i conti. La pesca in mare e nel fiume, il taglio della legna e la coltivazione di qualche sparuto orticello di patete rappresentano leattuali  risorse locali . La direzione del villaggio è l’erede di quella che era all'epoca dell'Unione sovietica un Kolchoz, ed è tuttora una cooperativa agricola e di pesca nella quale gli abitanti condividono gli strumenti e i macchinari da lavoro. Nel periodo del comunismo Chavanga contava 500 abitanti ed era attiva una  fabbrica di inscatolamento del pesce e un aeroporto. L’edificio della direzione è anche il punto di ritrovo, il circolo del villaggio e ci fa capire il modello da cui sono deriviate le italiane Case del Popolo. Apre dal pomeriggio a mezzanotte . Appesa alle pareti una serie di foto in bianco e nero racconta la vita della comunità , con i lavoratori insigniti delle decorazioni e le foto di grandi salmoni pescati; c’è il biliardo , il ping pong , il baretto e … non ci sembrava possibile!  una piccola funzionante discoteca . E’ stato simpatico ballare con i ragazzi del luogo una quindicina in tutto, tra bambini adolescenti e giovani e vedere come convivono insieme gli stessi spazi … Forse c’è qualcosa da imparare per noi che a volte facciamo centinaia di km per andare in qualche mega-discoteca per cercare amicizie. Nel complesso la vita a Chavanga è la dimostrazione che una comunità anche se piccolissima e isolata deve per forza di cose essere coesa ed  organizzarsi per sopravvivere in situazioni ambientali estreme. D’inverno poi tutto deve rimanere come sospeso. Da ottobre a  maggio, la neve copre tutto,  la notte si fa sempre più lunga sino a 21 h di buio totale , il mare ghiaccia . Cosa può fare un turista a Chavanga? Delle escursioni naturalmente. Alla mattina siamo andati a passeggiare nella brughiera sino ai margini della tundra. Dove ci dicono è meglio non addentrarsi per la presenza degli orsi. Nose un magnifico Siberian Husky che ci ha adottato porta i segni sul muso di un’unghiata feroce e ci scorta battendo la pista avanti avanti . Il paesaggio quando illuminato dal sole è di una bellezza impressionante, i colori sono vividissimi; il muschio verde brillante è punteggiato da macchie coloratissime di bacche, fiori e funghi. Abbiamo passeggiato a lungo sulle spiagge sabbiose e sassose  che si aprono nella costa bassa ingombre di un vero campionario di relitti marini di ogni foggia , carcasse di pesci, conchiglie meduse trasparenti e dall’interno color viola intenso, alghe dalle foglie gigantesche, tronchi sbiancati  portati dai fiumi … questa volta accompagnati da un branco di una diecina di cavalli che vivono allo stato brado; si tratta di esemplari ibridi , piuttosto tozzi con magnifiche lunghe criniere bionde e mantelli fulvi e bianchi. Un solo fiero maschio e tante femmine. Ci seguono perché gli abbiamo dato dei tozzi di pane … poi quando il pane finisce zittito uno appioppa un morso a uno di noi. Nelle nostre passeggiate incontreremo un altro branco , amorevolmente chiuso a difesa a protezione  puledri . Non appartengono a nessuno, sono della comunità, liberi di circolare ovunque, d’inverno si avvicinano alle case per essere foraggiati … forse rappresentano una scorta di riserva invernale di cibo   per gli abitanti. Il  tempo atmosfericoè una componente determinante per la riuscita delle escursioni; come detto sopra il clima è molto mutevole e quando si mette a piovere , fa anche freddo, e la pioggia rende impraticabile i percorsi; sono necessari giacche a vento, indumenti termici e stivaloni al ginocchio. I fiumi s’ingrossano rapidamente e i guadi diventano impraticabili , il terreno si trasforma alla svelta in un grande acquitrinio . Per questa causa non siamo riusciti a completare l’itinerario completo che prevedeva il raggiungimento di una base di pesca sul fiume Strelna ca. 50 km più a est da dove siamo arrivati. Per un giorno siamo rimasti confinati in casa; in questi casi non resta che invocare il bel tempo con un rito – non so quanto improvvisato dalla guida - che consiste nell’odorare un cetriolino sott’aceto, pregare il dio sole e buttar giù tutto d’un fiato un bicchierino di vodka, mai meno di tre. Ci siamo consolati anche con una bella cena con un salmone kg 3,5 appena pescato, mangiato crudo sfilettato come aperitivo e poi cucinato al forno. Nelle nostre escursioni abbiamo anche visitato la stazione meteorologica che si trova dall’altra parte del fiume attraversando lo stretto ponte di legno citato prima. Arriviamo in una baia sulla quale spicca una fattoria in legno sovrastata da una torretta dalla quale la fattoressa-guardiana comunica a Murmansk le condizioni climatiche. E' dotata di barometro, di computer (simile al commodore 64) e altri mezzi antiquati ma utili al suo lavoro. Sembra strafelice di mostrarci il suo “ufficio”. Dalla piccola torre abbiamo una visione a 360° . Avvistiamo delle foche, ma la distanza è tale che nonostante la loro presenza ci sia assicurata dalla guida, non riusciamo a distinguerle bene. In un  altro pomeriggio abbiano compiuto l’escursione più  avventurosa. Su un mezzo militare GAZ mod. 40 a quattro ruote gigantesche, semiaperto, un giovane ventunenne ci conduce fino al villaggio semiabbandonato di Tetrino. La pista è inesistente in 5 h tra andata e ritorno  passiamo in mezzo alla tundra, su dune sabbiose, in pozze profonde, inerpicandoci sopra gli scogli,  attraversiamo letteralmnete tratti di mare ad almeno 500 m dalla riva fino a destinazione. Nonostante ci reggiamo forti per non cadere dal mezzo, i sobbalzi sono tali da causarci qualche ammaccatura. Necessaria la visita dall’ortopedico per attestare le buone condizioni di forma prima della partenza. Infine arrivati poche case si affacciano su una baia, hanno alle spalle una verdeggiante collina che si alterna a zone pianeggianti o di modesta altitudine, con pendii che senza alcuna difficoltà scaliamo calpestando fitti tappeti di mirtilli, ribes, bacche varie. Anche qui un gruppo di cavalli selvaggi sosta indisturbato fronte mare e il paesaggio è da cartolina  . Naturalmente la maggiore attrattiva turistica dei luoghi è la pesca al salmone atlantico. Come riferito non abbiamo potuto raggiungere la base di pesca sullo Strelna, uno dei corsi d’acqua più rinomati;  causa l’ingrossamento dei fiumi che rendeva pericolosi i guadi , ma ci siamo limitati ad una dimostrazione di pesca della nostra guida alla foce del Chavanga. Si pesca stando con gli stivaloni  nel fiume con esche che riproducono insetti ( alla mosca) lanciando la lenza con il mulinello . Anche il Chavanga era alto e non presentava buone condizioni di pesca; abbiamo finito per comprare il nostro salmone da un anziano pescatore, compensato con un paio di bottiglie di vodka.

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